IL MILIONE & LA TORTA A SCACCHIERA

Caro Ettore, nipotino mio, vorrei tanto che il mio regalo per la tua festa rimanesse nel tuo cuore per sempre. Per questo ti ho scritto una fiaba. Non la leggerai adesso. Forse non la leggerai neanche quando sarai più grandicello. Ma mi piace pensare che, da adulto, questa storia ti farà ritornare indietro nel tempo… Ti voglio bene.

 

 

IL MILIONE

 

Sorrise.
Le fossette delle guance gli si accesero per un attimo.

Infilò lo stivale nella staffa, salì in sella.
Il manto grigio del cavallo fremette al tocco delle sue mani.

Ettore era bello, bellissimo.
I riflessi rossi tra i capelli castani brillavano al sole.
Gli occhi blu, scuri e profondi, guardavano lontano.

Abbassò lo sguardo per un attimo, a salutare gli amici.

Ritornava a casa.
Ma qual era veramente la sua casa? Diciassette anni nel Catai l’avevano profondamente cambiato.
Diverso era il suo modo di vestire, differente la lingua, mutato il suo pensiero.

Spronò il destriero, che avanzò lentamente.
Il garrese ondeggiava seguendo il ritmo del passo.
Il viaggio incominciava.

Ettore, ritto sulla sella, allentò le redini.
Inspirò profondamente.
Socchiuse gli occhi.

Una nostalgia insolita si stava impossessando di lui.
Concentrò i sensi su ciò che sentiva il suo cuore.
E, finalmente, la rivide.

La sua nonna era una donna morbida e semplice.
Aveva i capelli candidi e pagliuzze dorate dentro gli occhi.
Amava disegnare, scrivere favole, cucinare e giocare con i nipotini.

La risentì canticchiare, sottovoce
“Cavallo cavallino, dove mi porterai?
In Africa, in Turchia, o nel lontano Catai?”.

Ricordò quanto gli piaceva quel gioco, sulle sue ginocchia.
Rivisse l’emozione che provava quando, dopo aver salterellato come se fosse stato in sella, buttava ridendo la testa all’indietro.

Era così che si era innamorato dei cavalli.
Gli piacevano al punto che, un po’ più grandicello, aveva convinto il nonno Andrea a regalargli un pony.

Aveva incominciato a cavalcare prestissimo: gli veniva naturale, come respirare.
Era il migliore della scuderia, portato a esempio dai maestri e dai genitori degli altri allievi.

La sua famiglia commerciava con l’Oriente.
Suo nonno e suo zio affrontavano lunghissimi viaggi per trasportare a Venezia spezie, giada e sete preziose.

Era deciso che quello sarebbe stato il suo futuro.
Anche se lui amava i cavalli.

A diciott’anni, lasciò mamma Manuela per il suo primo viaggio.
Rimase voltato all’indietro, e guardò fino all’ultimo la macchia di capelli rossi che brillava al sole.
Vicino a lei c’era suo padre Alessandro, che sotto l’espressione orgogliosa nascondeva una profonda commozione.

Durò tre anni e mezzo, quella spedizione intrapresa con il nonno e con lo zio.
Videro lo straripante Tigri, la favolosa Costantinopoli, la colta Tiflis, la sabbia arancione del deserto del Gobi.
Costeggiarono le acque limacciose del Fiume Giallo.
Giunsero finalmente a Pechino.

Il Gran Khan aveva sentito parlare di loro, e li attendeva nel suo palazzo.
Percorsero le strette vie costeggiate da pareti rosso lacca e illuminate da lampioni di carta, scavalcarono i gradini posti all’ingresso degli edifici come protezione contro gli spiriti maligni, finsero di non accorgersi degli sguardi curiosi che li seguivano dalle finestre socchiuse.

Ai piedi dell’immensa scalinata bianca, intimiditi, si fermarono per un istante.
Furono introdotti al cospetto dell’imperatore solo dopo essere stati minuziosamente perquisiti.
I dignitari sogghignavano, divertiti dall’abbigliamento occidentale degli ospiti.

Davanti al Gran Khan, i tre viaggiatori si inchinarono profondamente.
L’imperatore fu molto ospitale.
Ettore, in particolare, lo impressionò per la giovane età e lo sguardo acuto.

L’interprete di corte traduceva i loro discorsi.
Ma il ragazzo, prima di partire, aveva studiato la loro lingua e si mostrò in grado di sostenere la conversazione con l’illustre interlocutore.

“Perché siete venuti nel nostro paese?” gli domandò il Gran Khan.
“Per comperare spezie e seta” gli rispose Ettore in tono rispettoso.
“Se possibile, vorremmo acquistare anche della giada“, continuò, su suggerimento dello zio.
Sempre più sciolto, poi, raccontò della sua passione per i cavalli: “Li ho amati fin da piccolo. Ne conosco le razze, le caratteristiche, la cura. Ho partecipato a molte gare, spesso con buoni piazzamenti”.

L’imperatore, a queste parole, sussultò.
Anch’egli adorava questi animali e ne possedeva molti, provenienti da ogni parte del mondo conosciuto.
Immediatamente volle accompagnare il giovane a visitare le proprie scuderie.

Per Ettore, fu come trovarsi in Paradiso: robusti cavalli berberi e frisoni, cavalli turcomanni di stirpe antica, cavalli andalusi dalla lunga coda.
Percorsero l’immenso edificio, si soffermarono nella selleria e nei depositi, dedicarono attenzione a ogni singolo animale.

Nell’ultimo settore, Ettore aveva notato, già da lontano, la bestia più spettacolare che mai avesse visto: un cavallo arabo dal manto grigio e dal carattere impetuoso.
Domandò informazioni all’ospite.
“Questo è Sin -il grande fuoco- in assoluto il mio preferito. Un cavallo irruente che non ho ancora avuto il coraggio di montare”, fu la risposta.
Dopo un attimo di silenzio, il ragazzo osò chiedere: “Potrei farlo io per voi?”.
Un guizzo di orgoglio passò nello sguardo dell’imperatore.
Poi “Va bene, provaci” esclamò “però sappi che metterai a repentaglio la tua vita”.

Ma Ettore, come tutti i giovani, era certo di essere immortale.
Entrò nello spazio in cui alloggiava Sin, l’indomito cavallo che portava il nome di una costellazione.
Si avvicinò con circospezione all’animale, ne accarezzò delicatamente il muso, il collo, la criniera.
Sin, docile come mai prima, lo lasciava fare.
Sembrava che si conoscessero da sempre.
Il giovane rimase in silenzio, le mani sul fianco dell’animale.
Poi gli si avvicinò all’orecchio e sussurrò due parole: “Corriamo insieme!”.

Da quel momento, uomo e destriero furono una cosa sola.
Ettore, in un lampo, salì sulla groppa nuda.
Sotto lo sguardo stupefatto del Gran Khan, lasciò la scuderia.
Al galoppo, si diresse verso la collina sovrastante, scomparendo dietro le siepi per ricomparire poi nelle radure.
Non c’era bisogno che il cavaliere guidasse il cavallo: bastavano una carezza, una leggera pressione, l’intenzione.

L’imperatore, dapprima preoccupato, al suo ritorno accolse il giovane come un eroe.
“Vorresti gareggiare per me?”, gli chiese con gli occhi che brillavano.

 

 

Fu così che Ettore, in tutto il Catai, divenne una leggenda.
Le sue prodezze erano argomento di conversazione nei palazzi e tra la gente comune.
Le fanciulle si raccontavano sottovoce la sua bellezza.
I ragazzi dagli occhi a mandorla facevano a gara per imitarlo.

Dovevano fermarsi in Oriente per un tempo più breve, i tre commercianti.
Ma il Gran Khan non voleva rinunciare al proprio campione.
E così, erano rimasti là per diciassette anni.

Ma ora era giunto il momento di tornare.

Ripercorsero a ritroso il cammino che avevano seguito all’andata: rividero le acque limacciose del Fiume Giallo, la sabbia arancione del deserto del Gobi, la colta Tiflis, la favolosa Costantinopoli, lo straripante Tigri.
Attraversarono in nave il mare Mediterraneo, sbarcarono a Venezia.

Nessuno riconobbe lui né i suoi compagni di viaggio, al sestiere Castello, dove avevano abitato tanti anni prima.
Nessuno, a eccezione di sua madre.

 

Egli la vide da distante, i rossi capelli raccolti in una crocchia e percorsi da fili argentati.
Si abbracciarono stretti, così stretti che temette di averle fatto male.
Ma erano troppi gli anni trascorsi lontano, non era possibile fare diversamente.

Rivide il padre, con la barba bianca.
Rimasero a lungo a guardarsi negli occhi.
E, questa volta, l’orgoglio di Alessandro lasciò spazio alla commozione.

Ettore chiese notizie della nonna.
Se n’era andata tre anni e mezzo prima, proprio il giorno in cui egli era era partito dal Catai per tornare a casa.
Gli raccontarono che, durante la sua assenza, aveva cucinato con spezie orientali, disegnato cavalli e scritto favole colme di amore.
Negli ultimi tempi, spesso sedeva davanti a una grande finestra diretta a levante, a guardare lontano.

Quel giorno la trovarono proprio lì, con la testa china.
Tra le mani, il disegno di un cavallo montato da un giovane cavaliere.
A terra, fogli sparsi con l’ultima sua favola.

Raccolsero tutto in un plico, lo legarono con un cordoncino blu.
Fu la sua mamma a consegnargli il fascicolo.
Solamente quando si ritirò nella propria stanza, Ettore ebbe la forza di sciogliere il nastro.

Srotolò lo schizzo: in sella a un cavallo arabo grigio, un giovane con le fossette nelle guance lo osservava con sguardo profondo.

Fissò a lungo le pagine su cui era vergata la fiaba.
Gli occhi gli si inumidirono, riconoscendo la scrittura ordinata della nonna.
Lesse trattenendo il respiro.

“Sorrise…”, la favola incominciava.
E parlava di lui.

 

 

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LA TORTA A SCACCHIERA
Di nuovo una ricetta americana, di nuovo la mia abitudine di modificare gli ingredienti per renderli più adatti al nostro gusto e la mia mania di trasformare i volumi in peso. La TORTA A SCACCHIERA è molto scenografica ed è indicata per le occasioni speciali.
Voti: 1
Valutazione: 4
You:
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Tempo di preparazione 60 MINUTI
Tempo di cottura 30 MINUTI
Tempo Passivo 30 MINUTI
Porzioni
PORZIONI
Ingredienti
Per le torte
  • 150 g FARINA 00
  • 150 g AMIDO di FRUMENTO
  • 660 g ZUCCHERO SEMOLATO
  • SALE
  • 0,5 g VANILLINA
  • 16 g LIEVITO VANIGLIATO
  • 4 UOVA
  • 160 g OLIO di RISO
  • 250 g LATTE SCREMATO (circa)
  • 50 g CACAO AMARO
Per il frosting
  • 170 g BURRO ammorbidito
  • 70 g CACAO AMARO
  • 400 g ZUCCHERO a VELO
  • 0,5 g VANILLINA
Per decorare
  • MERINGHETTE
Tempo di preparazione 60 MINUTI
Tempo di cottura 30 MINUTI
Tempo Passivo 30 MINUTI
Porzioni
PORZIONI
Ingredienti
Per le torte
  • 150 g FARINA 00
  • 150 g AMIDO di FRUMENTO
  • 660 g ZUCCHERO SEMOLATO
  • SALE
  • 0,5 g VANILLINA
  • 16 g LIEVITO VANIGLIATO
  • 4 UOVA
  • 160 g OLIO di RISO
  • 250 g LATTE SCREMATO (circa)
  • 50 g CACAO AMARO
Per il frosting
  • 170 g BURRO ammorbidito
  • 70 g CACAO AMARO
  • 400 g ZUCCHERO a VELO
  • 0,5 g VANILLINA
Per decorare
  • MERINGHETTE
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Istruzioni
  1. PRERISCALDO il FORNO a 180°C (ventilato) e per prima cosa preparo le 4 torte.
  2. SETACCIO la FARINA, l'AMIDO di FRUMENTO, il LIEVITO, la VANILLINA e li miscelo con un cucchiaio nella ciotola della planetaria insieme allo ZUCCHERO SEMOLATO e al SALE.
  3. IN UN CONTENITORE con beccuccio (es. una caraffa graduata), raccolgo UOVA, LATTE, OLIO di RISO e li sbatto con una forchetta.
  4. TRASFERISCO gli ingredienti umidi nella planetaria insieme a quelli secchi. FRULLO fino a ottenere un composto spumoso. Alla fine, sempre mescolando, aggiungo gradatamente LATTE fino a ottenere un impasto PIUTTOSTO LIQUIDO.
  5. DIVIDO il composto in due metà, aggiungo a una di queste i 50 g di CACAO setacciato.
  6. SPRUZZO con SPRAY STACCANTE 4 TEGLIE rotonde Cuki da 20 cm. In due di esse verso l'impasto bianco, nelle altre due l'impasto con il cacao.
  7. INFORNO le 4 tortine tutte insieme su due livelli del forno e le CUOCIO per 30-35 minuti. UNA VOLTA COTTE (faccio la prova stecchino!), le metto nell’ABBATTITORE (o le faccio raffreddare all'aria) fino a completo raffreddamento.
  8. NEL FRATTEMPO, preparo il FROSTING, utilizzando gli ingredienti dedicati: FRULLO il BURRO ammorbidito, aggiungo la VANILLINA e il CACAO setacciati. Poi, alternandoli, unisco ZUCCHERO a VELO (attenzione!!! Lo zucchero semolato frullato non va bene!) e LATTE.
  9. TOLGO le tortine dai contenitori, con due coppapasta di dimensione adeguata (o con il divisorio di plastica del set torta a scacchiera Wilton utilizzato come un coppapasta) TAGLIO ognuna in tre cerchi concentrici, RIASSEMBLO i cerchi ALTERNANDO UN CERCHIO CHIARO E UNO SCURO.
  10. SOVRAPPONGO le quattro tortine bicolori distribuendole in modo che i cerchi scuri si trovino sopra i cerchi chiari e viceversa. In mezzo a ogni strato spalmo il FROSTING.
  11. RICOPRO la torta con il rimanente FROSTING creando delle ondulazioni sulla superficie. Decoro con le MERINGHETTE.
  12. TENGO il dolce in FRIGORIFERO fino al momento di servirlo.
  13. Ecco il primo tutorial fotografico di questo blog. Spero che non sarà anche l'ultimo...
Recipe Notes

LA SCACCHIERA: È la tavola, composta di caselle chiare e scure alternate (dette case), su cui si giocano gli scacchi. L'obiettivo del gioco è dare scacco matto, cioè attaccare il re avversario senza lasciargli possibilità di sfuggire. Alla scacchiera si ispira questo dolce. - ROBOT: Ho usato la planetaria KitchenAid, ma questa ricetta può essere eseguita anche con altri robot o a mano. - SET TORTA A SCACCHIERA WILTON: ho usato l'accessorio di questo set per tagliare gli strati di torta, ma si può ottenere lo stesso risultato con due coppapasta di dimensione adeguata. - FORNO: Quelli indicati nella ricetta sono tempi e temperature di cottura effettivi (la temperatura è stata misurata con termometro a sonda) per il forno Gaggenau; per altri forni, potrebbero essere diversi. Se non indicato diversamente nel testo, la cottura avviene ponendo il cibo al secondo livello del forno, incominciando dal basso. - INGREDIENTI: Se non indicato diversamente nel testo, le uova utilizzate sono di misura media e a pasta gialla. - SE VI È PIACIUTA QUESTA RICETTA, date un'occhiata anche al PERFECTLY CHOCOLATE.

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4 Comments

  • comment-avatar
    zia consu 20 ottobre 2017 (20:38)

    Ettore..che bimbo fortunato! Un vero cavaliere con una nonna che è una fatina che esaudisce i suoi desideri ^_^
    Sei dolcissima Vale e complimenti x questa torta da sballo ^_^

    • comment-avatar
      Pane per i tuoi denti 21 ottobre 2017 (7:02)

      Caissima Consu,
      potrei scrivere favole esclusivamente per il piacere di ricevere i tuoi commenti!!!
      Grazie, grazie davvero: sei un’amica preziosa.
      Un bacio grande.

      Valeria

  • comment-avatar
    Andreea 18 ottobre 2017 (14:23)

    Un bel pensiero per il tuo nipote, chi sa se un giorno non lo leggera. La torta è favolosa, l’avevo fatta anche io una volta e ha il suo fascino !

    • comment-avatar
      Pane per i tuoi denti 20 ottobre 2017 (18:32)

      Spero proprio che la leggerà.
      E mi piace pensare che lo farà la sera prima della sua laurea.
      È sempre un piacere ritrovarti, cara Andreea!
      A presto.

      Valeria