GIUDITTA, CARAVAGGIO, ARTEMISIA (RACCONTATI DA ALE) & LA SCAROLA IN PADELLA CON I POMODORINI SECCHI


C’è una mostra, a Roma, che proprio non posso perdere: Caravaggio e Artemisia, la sfida di Giuditta. Ho acquistato il catalogo. Ho prenotato treno e guida. Mi sono preparata seguendo -per due volte di seguito- il bellissimo webinar di Alessandra Gennaro. E, nell’attesa di trovarmi faccia a faccia con l’eroina biblica, mi sono fatta raccontare la vicenda dall’ancella Abra.



LA SFIDA

AL SUO FIANCO

È ancora calda.
Dall’umidità del telo che la avvolge, un brivido di ribrezzo mi sale attraverso le braccia, fino alle spalle, fino al collo.
L’odore del sangue mi attanaglia lo stomaco.
In bocca, ho il sapore acido della paura.

Cammino lungo le mura della città.
Il buio tutto intorno è punteggiato dai fuochi dell’accampamento.
Il silenzio è spezzato dalle voci sguaiate dei soldati.

Accanto a me, cammina la mia padrona.
Bellissima, elegante.
Virtuosa, casta.

Giuditta.

È una donna astuta, capace di ingannare con la propria bellezza.
Ha fatto ubriacare Oloferne, il generale dell’esercito che da settimane assedia Betulia, la nostra patria.

Da persona forte e fiera qual è, non ha esitato a staccargli, con due colpi di spada, la testa.
Quella testa che io, Abra, sua ancella, porto ora dentro questo sacco.
Quella testa che verrà issata sugli spalti della città e indurrà il nemico a fuggire.

Sì, è vero: Giuditta ha ucciso.
Ma l’ha fatto per proteggere il proprio popolo.
Ha ucciso per volere di Dio.

E, donna contro un uomo, devota contro infedele, ha superato vittoriosa questa difficile sfida.



GIUDITTA

Sarà la Bibbia a fare della mia padrona un’eroina.
La presenterà con una lunga genealogia.
Le dedicherà un inno.
La indicherà come simbolo di fedeltà.

Già nel Medioevo, la sua immagine comparirà nei codici miniati.

Per Donatello, in una meravigliosa statua bronzea, diverrà un simbolo politico.
La sua bellezza e la sua leggerezza contrasteranno con il volto contratto del generale.
E il cuscino vagamente a forma di otre su cui l’uomo siede simboleggerà sia il vino che l’ha ubriacato che l’agognato amplesso.

Quanto sono affezionata alla mia Giuditta!
Tanto da essere in ansia per quel viso triste, per l’aria amareggiata di chi è stato violato che ella assume nel dittico del Botticelli.
Una rappresentazione in cui tiene una spada e un ramo di olivo.
Immagine rubata mentre entrambe ci avviamo sulla via di Betulia (la testa di Oloferne, lugubre anche se non sanguinolenta, vicinissima alle nostre). Nel momento esatto in cui nella tenda del generale montano concitazione e angoscia per il macabro ritrovamento.

Pazienza se Michelangelo mostrerà un interesse limitato a questa storia, rappresentandoci di spalle e a evento già compiuto.
Sarà Correggio, cent’anni prima di Caravaggio, a regalare a lei un delicato ritratto al lume di candela e a me i lineamenti esotici di una schiava.

E se Cranach il Vecchio la darà un aspetto fastidiosamente seduttivo, compiaciuto e violento, ci penserà il Tintoretto a restituirle eleganza, grazia e umanità.

Sarà infine la Chiesa, dopo il Concilio di Trento, a esaltare la mia amata padrona come modello contro le dottrine luterane.

E l’arte, ancora una volta, diverrà un prezioso veicolo per la diffusione della sua esemplare vicenda.


CARAVAGGIO, GIUDITTA CHE DECAPITA OLOFERNE (1597)

IL PITTORE

Mi ha dipinta come una vecchia ruvida e grinzosa, bassa, sdentata, con gli abiti ingialliti, le orecchie a sventola, e le nocche delle dita deformate dall’artrite.

Mi ha descritta come una figura spietata: lo sguardo crudele, le labbra strette in un ghigno, le mani contratte a stringere le cocche del grembiule.

Per questo l’ho odiato, Caravaggio.
Profondamente.
Finché non mi sono resa conto che l’aveva fatto per rendere ancora più seducente e spirituale lei.

Giuditta.
Gli occhi scurissimi.
La bocca piccola ma carnosa.
I capelli acconciati con cura.
Gli orecchini con la perla e il fiocchetto.
Le braccia tornite.
I seni giovani sotto il tessuto chiaro e leggero.

L’ovale perfetto del viso appena aggrottato dall’orrore di quel gesto estremo che era costretta a commettere.

Perché Giuditta ha ucciso per liberare Betulia.
E l’ha fatto perché ispirata da Dio.



Prega, Giuditta, nel momento in cui affonda la spada.
Il suo corpo è fermo, solo la sontuosa veste gialla ne mostra il movimento.

È decisa, concentrata.
Sa che dominando i propri istinti può dominare l’uomo.
Perché la debolezza del maschio sta nell’essere vittima della carne.

Eppure c’è pietà per Oloferne, in questo quadro così rivoluzionario da sembrare quasi il fotogramma di un film.

È un omicidio in diretta, come quelle decapitazioni pubbliche alle quali il Merisi tante volte ha assistito.
Ma, questa volta, davanti a quello sfondo buio e sotto quel drappo rosso, c’è il volto del pittore.

Nessun uomo, in seguito, è riuscito anche solo lontanamente ad avvicinarsi alla perfezione di quest’opera.

Pur essendosi ispirati al Caravaggio, non ci sono riusciti Louis Finson, né i suoi presunti allievi, con quella vedova vestita di nero così poco sensuale (difficile credere che fosse, come qualcuno ha ipotizzato, la “Giuditta mezzana” del Merisi, andata perduta e non ancora ritrovata).
Non c’è riuscito nemmeno Giuseppe Vermiglio, nella cui opera mancano tensione e immedesimazione.

Ce l’ha fatta invece una donna.
E non poteva essere altrimenti.


ARTEMISIA GENTILESCHI, GIUDITTA CHE DECAPITA OLOFERNE (1612)

LA PITTRICE

In me ha visto una figura giovane, robusta, determinata.
Mi ha resa parte attiva nella sanguinosa impresa.

Anch’io, come Giuditta, mostro la mia ferocia, tenendo fermo Oloferne.
Braccia che si intrecciano, in un incrocio di vite.
Mentre lei – l’espressione fredda e sicura, le maniche sollevate oltre i gomiti, il polso destro torto nello sforzo – affonda la spada nel suo collo.

Per Giuditta sono una compagna, un’alleata, una complice.
Sono un’amica.

Solo una donna può rappresentare in questo modo la solidarietà femminile.
Anzi, solo una donna la cui dignità sia stata profanata.

Artemisia Gentileschi.


ARTEMISIA GENTILESCHI, GIUDITTA CHE DECAPITA OLOFERNE (1620)

La violenza subita dalla giovanissima Artemisia è fatto noto.

Agostino Tassi, quadraturista e paesaggista, era a quel tempo talmente popolare da collaborare con i maggiori pittori, tra cui Orazio Gentileschi.

Agostino era anche il maestro di prospettiva di Artemisia.
Che violentò, “dopo aver compiuto tre giri intorno al tavolo” e aver chiuso fuori dalla porta la donna che avrebbe dovuto vigilare sull’integrità della fanciulla.

La relazione tra i due durò a lungo, troppo.
Artemisia sperava nel matrimonio, senza sapere che lui, sposato, lo era già.

Ne seguì un processo, intentato da Orazio.
Un processo interminabile e mortificante, durante il quale la giovane fu sottoposta a tortura e a visite ginecologiche pubbliche.
Un processo ancora più umiliante dal momento che il Gentileschi mise sullo stesso piano l’onore della figlia e il presunto furto, da parte del Tassi, di un quadro raffigurante Giuditta.

Probabilmente non si saprà mai a quale tela il pittore si riferisse: certo non alle due Giuditta e la fantesca con la testa di Oloferne – attribuite una a Orazio e l’altra alla giovane- di dimensioni troppo limitate per poter essere definite “di capace grandezza”.

Mi piace invece pensare che l’oggetto del contendere fosse proprio una delle due decapitazioni di Oloferne dipinte da Artemisia.
Opere in cui l’immenso odio della pittrice sembra pervadere sia Giuditta che me, sua ancella e soprattutto sua amica.

Perché, in questo caso, probabilmente il cerchio si chiuderebbe.



SOLA

Non me lo sarei mai aspettata, che mi lasciassero nuovamente fuori dalla tenda, proprio come si raccontava nel Libro di Giuditta.
Eppure, tre secoli dopo Caravaggio e Artemisia, questo è avvenuto.

Tre secoli.
Un periodo lunghissimo, durante il quale i due artisti e le loro opere sono stati osannati, dimenticati, riscoperti.
Un lasso di tempo in cui, nelle loro immagini, io sono rimasta al fianco della mia padrona.

Ma ora no: nelle mani di Gustav Klimt, e in quelle di Franz von Stuck, Giuditta si ritrova sola con il suo nemico.
Sola con se stessa.

È sempre più bella: una donna fatale, una sorta di Salomè.

Simile a un personaggio dell’inconscio, affiora dal buio con una spada in mano, pronta a decapitare e forse a evirare il maschio.

Eppure è circondata d’oro e di luce.
I suoi capelli raccolti ricordano un’aureola.
Il suo sguardo trasmette una forza nuova.

Giuditta.

La definiscano pure ambigua, seduttiva, carnale.
Per me, che la conosco nel profondo perché tanto a lungo le sono stata accanto, rimarrà sempre e soltanto una santa.


Questo articolo è ispirato alle lezioni dedicate al tema di Giuditta, tenute online da Alessandra Gennaro.

Mi scuso per eventuali errate interpretazioni, scorrettezze, omissioni.
E, soprattutto, per le divagazioni frutto della mia fantasia.

Ringrazio Alessandra per le splendide conferenze e l’amica Nadia Pezzini per la preziosa consulenza.


LA SCAROLA IN PADELLA CON I POMODORINI SECCHI

LA SCAROLA IN PADELLA CON I POMODORINI SECCHI

Cercate un contorno veloce e saporito? Eccolo! Pochi minuti di preparazione, altrettanti di cottura per un piatto leggero ma appetitoso. Da provare!!!
Preparazione10 min
Cottura15 min
Tempo totale25 min
Portata: Contorno
Cucina: Italiana, Mediterranea
Keyword: cipolla, olio, pomodori, pomodorini secchi, scarola

Equipment

  • Una padella antiaderente profonda da 28 cm.

Ingredienti

  • 25 g OLIO EXTRA VERGINE DI OLIVA
  • 30 g CIPOLLA ROSSA tritata
  • SALE
  • 2 cespi SCAROLA medi
  • 100 g POMODORINI SECCHI sott'olio sgocciolati e tagliati a pezzetti

Istruzioni

  • PULISCO e lavo la SCAROLA. Tolgo il torsolo e le foglie rovinate. La taglio a grossi pezzi. La sgocciolo bene.
  • IN UNA PADELLA antiaderente -profonda- del diametro di 28 cm metto a scaldare per circa due minuti l'OLIO EVO con la CIPOLLA tritata e il sale.
  • AGGIUNGO la SCAROLA, lascio CUOCERE a fuoco medio/basso per circa 15 minuti, unendo, se necessario, qualche cucchiaiata d'acqua per evitare che annerisca troppo.
  • A FINE COTTURA, aggiungo i POMODORINI SECCHI tagliati a pezzetti.
  • SERVO la scarola ancora calda.

Note

LA SCAROLA: La scarola (o indivia scarola) è una varietà di indivia appartenente alla famiglia delle Asteraceae. Si presenta come un’insalata a cespo aperto, di colore vede chiaro (o giallino) al vertice delle foglie e bianco sul fusto. L’apporto energetico della scarola è molto basso; essa contiene prevalentemente glucidi semplici, pochissimi lipidi e altrettante proteine. Da my-personaltrainer.it, che ringrazio. – SE VI È PIACIUTA QUESTA RICETTA, provate anche le ZUCCHINE TRIFOLATE come le faceva la mia nonna.

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2 Comments

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    Pane per i tuoi denti 19 Febbraio 2022 (17:25)

    Che dirti, cara Manu?

    Abra mi ha accompagnata in questo percorso: forse non sono io a parlare, ma il suo affetto per Giuditta.

    Grazie della tua gentilezza!
    Sei una persona rara.

    Un abbraccio.

    Valeria

  • comment-avatar
    Manu 17 Febbraio 2022 (16:04)

    Quanta ricchezza un quadro ci può trasmettere
    La tua bravura fa prendere vita agli attori e ci fa vedere con occhi nuovi quadri che a primo impatto potrebbero essere agghiaccianti

    La scarola con i pomodorini sono il piatto perfetto per accompagnare Giuditta

    Un abbraccio Manu

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