CARO PAPÀ & LE FOGLIE DI OLIVO DEL PASTORE (RICETTA LUCANA)

Ho riflettuto a lungo, alla ricerca di una trama accattivante per questo racconto. Ma, in questi giorni, il mio anziano papà se n’è andato, e l’unico modo per trovare un po’ di concentrazione è pensare a lui.

Per questo, gli dedico queste righe. Con tutto il mio affetto. E tanta nostalgia.


CARO PAPÀ

Da giorni cerco l’ispirazione per questo racconto.
Ma, da quando te ne sei andato, caro papà, il mio pensiero finisce lì, all’ultima volta in cui ci siamo visti.
Al giorno in cui ti ho raccontato le opere d’arte di cui Alessandra aveva parlato a lezione.

Così, mentre cammino avanti e indietro per la casa senza uno scopo, mi ritrovo di nuovo a parlare di bellezza con te.

E il tuo ricordo si fa ancora più dolce.


Gentile da Fabriano – Madonna Quaratesi – 1425

Gentile da Fabriano
Madonna Quaratesi
(1425)

Ti rivedo, seduto sulla tua sedia a rotelle, infagottato in una delle tue tute oversize, infastidito dalla mascherina.

Ti descrivo quella Madonna di Gentile da Fabriano che è stata denominata Quaratesi.
Perché Quaratesi erano i committenti, produttori di tessuti.

Ti tratteggio lo sfondo d’argento smaltato di rosso che mette in risalto la grazia di quella mamma e di quel bimbo.

E sorrido, ricordando che Ale aveva definito questo polittico “il primo quadro brandizzato della storia dell’arte”.
Un brand di lusso, però.

Ti sarebbe piaciuta tanto, questa Madonna.

L’oro della cornice, il manto della Vergine, gli angeli ai lati ti avrebbero ricordato il quadro appeso alla destra del tuo letto, insieme alle due icone che avevo regalato a te e alla mamma per uno dei vostri più importanti anniversari.

Era sopra il mobiletto dove tenevi i fazzoletti.
E lo guardavi tutte le sere prima di dormire.


Masaccio – Madonna con Bambino – 1426

Masaccio
Madonna con Bambino
(1426)

Anche Masaccio aveva perso il padre.
Quando accadde, la madre -dalla provincia di Arezzo- si trasferì con il figlio a Firenze.
Qui, insieme a Brunelleschi e a Donatello, egli costituì un triangolo fondamentale nella storia dell’arte.

Grande artista, Masaccio.
Perfino Michelangelo e Raffaello si ispirarono a lui.

Casinaro, trasandato: per questo il suo nome, Tommaso, venne storpiato in quel nomignolo peggiorativo che lo accompagnò per tutta la vita, e oltre.

Non è bella, questa Vergine, così massiccia e monumentale.
Non è bello nemmeno Gesù Bambino, con le pieghe della pelle e quell’aureola posta in orizzontale.

Ma in quest’opera c’è la prima ombra della storia.
C’è una luce che colpisce tutte le figure dallo stesso lato.
C’è la sensazione della profondità.

C’è tanto amore nei gesti.

La sofferenza che verrà è già visibile nei volti, e in quel grappolo d’uva nera, simbolo della passione di Cristo.

Caro papà, Masaccio, come Giotto, è il pittore dell’essenziale.
Il messaggero del sentimento umano.


Bottega di Robert Campin – Madonna con Bambino in un interno – Prima del 1432

Bottega di Robert Campin
Madonna con Bambino in un interno
(Prima del 1432)

Guarda che meraviglia, papà: pensa, si tratta di un gioiello piccolo come una cartolina.

È dipinto con tempera a olio su legno di quercia, con dettagli ben definiti, sfumature e velature.
Si tratta probabilmente della copia di un’opera perduta di Robert Campin, capostipite della pittura fiamminga.

Una mamma bellissima e snella, elegantemente vestita, siede in una stanza in cui le suppellettili e i tessuti preziosi rievocano la ricchezza della società mercantile del tempo.

È giorno, eppure su quel camino -che tanto ricorda il trono della Madonna- brilla una candela accesa: forse, la metafora del matrimonio.

La manina del piccolo accanto ai propri genitali, lungi dall’essere irriverente, ci ricorda la sua circoncisione e il fatto che Maria, simbolo della Chiesa, era considerata la sposa di Cristo.

I capelli della Vergine sono scoperti e sciolti: perché è una regina, e perché è illibata.
Anche i raggi d’oro intorno alla sua testa indicano che non si tratta di una mamma ordinaria, ma della Madre di Cristo.

C’è una bacinella piena d’acqua, ci sono panni bianchi.
Si tratta di una scena avulsa da ogni testo sacro, del momento intimo e tenero del bagnetto a un bambino.

Quel bagnetto che eri tu, papà, a fare ai tuoi figli piccoli.
Perché, come diceva la mamma, eri “velocissimo e preciso”.
E, aggiungo io, sempre pronto a coccolarli.


Paolo Uccello – La battaglia di San Romano – 1438-40

Paolo Uccello
La battaglia di San Romano
(1438-40)

“Oh, che dolce cosa è questa prospettiva!”.
Lo diceva Paolo Uccello, senza rendersi conto che sarebbe stata tale ossessione a portarlo fuori strada, allontanandolo dagli amici, dagli affetti e riducendolo in povertà.

Del resto, bisogna ammetterlo, la realtà frammentata presente in quest’opera mette un po’ a disagio.

Eppure la Battaglia di San Romano piacque a Lorenzo il Magnifico, tanto che acquistò il dipinto e lo fece modificare, aggiungendo le arance, presenti nello stemma dei Medici.

I cavalli in primo piano dimostrano la capacità di questo artista nel raffigurare gli animali.
Anche se i suoi preferiti erano gli uccelli.

Nella Battaglia di San Romano è rappresentato il comandante Niccolò da Tolentino alla guida di un attacco, durante la guerra sostenuta da Firenze per l’accesso al porto di Pisa.

La scena è ricca di personaggi in armi, di cavalli imbizzarriti.
Eppure si tratta di una rappresentazione senza movimento né sangue: insomma, non appare come un evento bellico, ma come un balletto, come una scena di corte.

Secondo il Vasari -in condizioni diverse- Paolo Uccello sarebbe potuto addirittura divenire uno dei maggiori maestri di tutti i tempi.
Ma, invece di privilegiare la pratica degli effetti figurativi, egli si dedicò con eccessivo zelo appunto alla prospettiva.
Con i risultati di cui sopra.

Caro papà, anche tu e io, come questo pittore, ci siamo sempre fatti travolgere dai nostri mille interessi.

Quindi, ti faccio una proposta: freghiamocene del Vasari e dei denigratori di Paolo Uccello.
E, a questo strano artista passionale e appassionato come noi, continuiamo a regalare tutta la nostra simpatia.


Paolo Uccello – San Giorgio e il drago – 1470

Paolo Uccello
San Giorgio e il drago
(1470)

Tra i santi è di sicuro il più figo: elegante nella sua armatura, atletico sul suo cavallo bianco rampante, combattivo con quella lancia che gli permette di annientare ogni nemico.

La vicenda è nota.
Un drago atterriva la città libica di Silene.
Aveva sbranato animali e bambini. Che questi ultimi fossero ricchi o poveri, non importava.
Quel giorno, la vittima designata era la figlia del re.
Vestita da sposa, ella venne portata al luogo del sacrificio.
La principessa piangeva, piangeva.
Ma ecco il colpo di scena: un cavaliere cristiano di nome Giorgio, apparso all’improvviso, catturò il drago e lo legò con una cintura.
La bestia venne portata in città. Giorgio promise agli abitanti di Silene che l’avrebbe uccisa, ma solo se tutti, proprio tutti, si fossero convertiti al cristianesimo.
Fu così che l’intera città divenne cristiana.
E che San Giorgio, come promesso, uccise il drago.

Paolo Uccello ha unito due parti di questa storia in una piccola e strana immagine.
Non conosciamo il destinatario del dipinto, né il periodo in cui è stato realizzato.
Ciò che possiamo dire è che la principessa è annoiata, il drago curato nei dettagli, l’ambientazione magica, immobile e senza tempo, il santo buffo come un giocattolo.

Caro papà, come dice Alessandra nella sua bellissima storia dedicata a quest’opera, Paolo Uccello -ossessionato dalla prospettiva- è un innovatore.
Eppure egli “ama quel passato che sta per essere travolto dal Rinascimento”.
Interpreta dunque la vicenda in chiave onirica, astraendo la realtà, proiettandola nella dimensione del sogno.
Ed entrando così di diritto nel novero degli artisti che hanno influenzato il surrealismo.


Piero della Francesca – Battesimo di Cristo – Dopo il 1437

Piero della Francesca
Battesimo di Cristo
(Dopo il 1437)

Un matematico.
Uno studioso della prospettiva.
Un creativo.
Un grande.

Nelle sue opere Piero della Francesca fa, della geometria, arte.
Sì, papà: è la sua precisione geometrica a trasmettere quella calma e quel senso di armonia che lo caratterizzano.

La sua pittura è svincolata dalla vita di città.
Piero, infatti, pur avendo studiato a Firenze, sceglie di abitare nel borgo di Sansepolcro e di lavorare per le corti limitrofe.

Vive quel Rinascimento italiano per il quale ciò che unifica la realtà è la ragione.
Un periodo storico in cui è fondamentale la riscoperta dell’uomo, in cui tutto è dettato dall’occhio di chi guarda e un quadro è una finestra davanti alla quale fermarsi a osservare.

Chissà perché quest’opera è intitolata “Battesimo di Cristo” (nome utilizzato in genere dopo la risurrezione) e non “Battesimo di Gesù”.
Comunque sia, io lo adoro, questo capolavoro di Piero della Francesca.

Ne adoro i colori chiari, il tempo sospeso, le figure e gli spazi.

Adoro le gocce d’acqua che cadono sul Salvatore, le sue mani giunte che non si toccano, la sua posa misurata, la sua pelle che richiama il tronco dell’albero di noce che lo affianca.

Adoro i tre angeli – tre come la Santissima Trinità- in vesti e ali colorate, che si tengono per mano e si appoggiano l’uno all’altro.
Adoro lo sguardo che uno di loro dirige verso lo spettatore.

Mi piacciono il paesaggio e la vegetazione, gli stessi che anch’io ho potuto ammirare durante una visita a Sansepolcro.

Mi diverte il personaggio che, in secondo piano, si spoglia per essere battezzato. O, forse, si riveste dopo il battesimo.

Mi incuriosiscono le minuscole figure oltre l’ansa del fiume: con i loro grandi cappelli all’orientale potrebbero rappresentare i tre Magi, tre patriarchi, tre insegnanti di greco…

Eppure, ciò che più mi ha colpito di questo dipinto è la forma: un cerchio in alto a racchiudere il cielo e le fronde del noce, un quadrato in basso a richiamare i quattro elementi principali, acqua aria terra e fuoco.

Osservando attentamente, sono molte di più le linee e le figure geometriche che possiamo tracciare collegando le diverse parti di questo capolavoro.
È però l’intersezione del diametro orizzontale del cerchio e del lato superiore del quadrato con la linea verticale passante per il corpo di Cristo a definire il fulcro dell’opera: uno Spirito Santo sospeso nell’aria sotto forma di colomba bianca.

Caro papà, mentre cammino avanti e indietro per la casa senza uno scopo, mi lascio andare ai sogni.
Immagino di trovarmi insieme a te in mezzo alle opere più significative della storia dell’arte.
Che insieme le contempliamo, le commentiamo.

Che con noi ci sia anche la mamma.
Che lei ci chieda quale sia il nostro autore preferito.
E che noi due, all’unisono, le rispondiamo “Piero della Francesca”.

È una scena a cui penso e ripenso.
Su cui fantastico.
Su cui rifletto.

E, alla fine, me ne convinco: un giorno, in un altro tempo e in un’altra dimensione, tutto questo accadrà davvero.


Questo articolo è ispirato alle lezioni dedicate alla National Gallery di Londra, tenute online da Alessandra Gennaro.

Mi scuso per eventuali errate interpretazioni, scorrettezze, omissioni.
E, soprattutto, per le divagazioni frutto della mia fantasia.

Ringrazio Alessandra per le splendide conferenze. Ringrazio anche il bellissimo sito della National Gallery di Londra per la possibilità di scaricare le immagini di tutte le opere d’arte di questa presentazione, tranne la Madonna Quaratesi, che ho tratto da Wikipedia.



LE FOGLIE DI OLIVO DEL PASTORE

LE FOGLIE DI OLIVO DEL PASTORE

Antica ricetta lucana, il cui nome si ispira ai racconti biblici in cui il Pastore simboleggia la purezza e la lealtà, e le sue pecore l’innocenza. 
La pasta di questo formato è reperibile in commercio, ma sul web è possibile trovare molte ricette che permettono di prepararla in casa.
La salsa si prepara con ricotta fresca sciolta in olio extravergine di oliva e condita con cannella, buccia di limone grattugiata, un pizzico di polvere di peperone di Senise e qualche goccia di vino cotto. Purtroppo qui non ho trovato questi ultimi due ingredienti. Ho dunque utilizzato del peperoncino, soprassedendo all’uso del vino cotto. 
La ricetta non prevedeva inoltre i pomodorini secchi sott’olio, ma vi assicuro che ci stanno benissimo. Per insaporire il piatto, noi abbiamo aggiunto alla fine un po’ di pecorino grattugiato. 
Preparazione10 min
Cottura10 min
Tempo totale20 min
Portata: Primo piatto
Cucina: Mediterranea
Porzioni: 4 persone

Ingredienti

  • 500 g 500 gr di PASTA VERDE a forma di foglie di olivo (io ho usato quella, ottima, di Salvagno)
  • SALE
  • 200 g RICOTTA di capra o vaccina
  • 1 pizzico CANNELLA
  • 1 pizzico PEPERONCINO
  • 1 cucchiaino BUCCIA DI LIMONE grattugiata
  • OLIO extra vergine di oliva
  • 100 g POMODORINI SECCHI sott'olio, a pezzetti
  • PECORINO ROMANO grattugiato

Istruzioni

  • CUOCIO la PASTA in abbondante acqua salata.
  • IN UNA PADELLA piuttosto larga, verso l'OLIO, lo faccio riscaldare, aggiungo la RICOTTA e la lavoro velocemente con un cucchiaio di legno fino a renderla una crema. Se necessario, unisco un po' di acqua di cottura. Aggiungo la CANNELLA e continuo a lavorare.
  • ALLA CREMA di RICOTTA unisco la BUCCIA di LIMONE grattugiata, il PEPERONCINO e, infine, la PASTA COTTA e i POMODORINI SECCHI tagliuzzati in piccoli pezzi.
  • AMALGAMO bene il tutto.
  • SI PUÒ SERVIRE calda oppure fredda.
  • NOI ABBIAMO aggiunto alla fine una spolverata di PECORINO ROMANO grattugiato.

Note

LE FOGLIE DI OLIVO: È un formato di pasta della zona pugliese e lucana. Per ottenere il colore verde, la farina di grano duro viene impastata con spinaci e un cucchiaio di acqua di finocchio. La pasta viene poi tagliata a forma di foglie di olivo che rappresentano un simbolo di pace e di radicamento alla terra. – FONTE: Mi sono ispirata alla ricetta dell’opuscolo Basilicata a tavola. Un piatto una storia, una storia un piatto, edito dall’Agenzia di Promozione Territoriale Basilicata, che ringrazio infinitamente. – SE VI È PIACIUTA QUESTA RICETTA, provate anche la PASTA ALL’AMATRICIANA.

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