LUPUS IN FABULA… & LE DUCHESSE DI ZUCCA E RICOTTA

“Una casa di paglia??? Bene, la farò volare via con un soffio…”.
I tre porcellini è la favola più in voga del momento, per i miei cuccioli.

Io sono il lupo, loro gli animaletti paffuti.
Possiamo trascorrere ore, a costruire casette dalle pareti verdi e il tetto rosa shocking, assemblando i tappetini da ginnastica della loro mamma.

E io potrei passare la vita a guardarli, i miei nipotini.
Ciuccio in bocca, guantini/copertadilLinus in mano, controllano attentamente la situazione esterna attraverso le fessure del loro rifugio di gomma.

Ho tentato ripetutamente di raccontargliela, questa favola, ma i miei amori preferiscono di gran lunga trasformarla in gioco.
E così, ho deciso di scriverne qui la mia versione.

È una fiaba, come di consueto, a lieto fine.
Anche per il lupo…

 

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LUPUS IN FABULA

(la storia del lupo come non ve l’hanno mai raccontata)

C’era una volta un lupo depresso.

Depresso perché brutto, spettinato, e anche un po’ sovrappeso.
Depresso perché solo: in tutta la vita, non aveva mai trovato una lupetta disposta a volergli bene.

Ezechiele – questo il suo nome – in fondo non era cattivo.
Ma era tanto, tanto triste.

Sfogava la propria infelicità rimpinzandosi di cibo, per procurarsi il quale avrebbe fatto carte false.
Razziava pollai, dispense e perfino magazzini di negozi alimentari.
Con una predilezione per le salumerie, dato che adorava la carne di maiale (possibilmente innaffiata da abbondante vino rosso).

E poi, c’erano i tre porcellini.
Piccoli, rosa, con codine a cavatappi così carine da far venir voglia di tirarle un po’…

Pim, il più piccolo, amava i giochi di società, ed era imbattibile a Monopoli e a Risiko.
Pum, il secondo, simpatico e pelandrone, trascorreva le giornate ad ascoltare musica e a leggere fumetti.
Pam era il più grande e coscienzioso dei tre: si occupava dei fratellini e aiutava sempre mamma Scrofa nelle faccende domestiche. Le sue grandi passioni erano la cucina e i libri: vegetariano convinto, sapeva preparare con gli ingredienti più semplici cenette deliziose, durante le quali intratteneva i commensali con una dotta e piacevole conversazione.

I tre fratellini, molto legati tra loro, erano sempre felici di stare insieme, in famiglia.
Ma venne il giorno in cui decisero di essere troppo cresciuti per rimanere con i genitori.
“Mamma, papà, andiamo a vivere da soli”, dissero allora.
E incominciarono a prepararsi per entrare nel mondo.

Ognuno di loro si costruì una casa.

Pim, il porcellino più piccolo, in fatto di manualità era un po’ imbranato.
Trovò quindi più facile costruire con la paglia: usò dei fuscelli che aveva raccolto per strada per creare un’intelaiatura, li ricoprì con erba e fieno, colorò tutto di giallo.

Pum, il secondo, anche se un po’ scansafatiche, era decisamente più spigliato del fratello.
Volendo risparmiare le proprie energie, optò per il legno.
Quattro pannelli, dieci chiodi, una mano di verde bottiglia ed ecco la sua abitazione pronta ad accoglierlo.

Pam, il grande, studiò a lungo materiali e tecniche, prima di mettersi al lavoro.
Solo dopo un’accurata progettazione, incominciò a costruire.
E, alla fine, la sua casa di mattoni, tinteggiata di bianco candido, era proprio una meraviglia.

Il giorno in cui tutti e tre traslocarono fu un’evento per tutto il villaggio.
La notizia passò di bocca in bocca.
Giungendo, naturalmente, alle grandi orecchie di Ezechiele.

I tre porcellini, separati e lontani dai genitori, erano indiscutibilmente più vulnerabili.
Il lupo ne approfittò: incominciò a spiarli, a seguirli, a prendere nota delle loro abitudini.
Voleva sorprenderli, stanarli dai loro rifugi.
Voleva mangiarli.

Si nascondeva dietro gli alberi, negli angoli bui, perfino nei tombini per non perdere le loro mosse.
Mentre li pedinava, la punta della lingua gli usciva dalla bocca e, attraverso i denti storti e appuntiti, un filo di saliva gli colava fino a terra.

Ma accadde qualcosa di imprevedibile: man mano che inseguiva le sue prede, Ezechiele imparava ad apprezzarle.
Non solo come possibili pranzi.

Ne ammirava la simpatia, la generosità, la cultura.
Veniva coinvolto dai loro giochi, seguiva il ritmo della loro musica, scopriva quale delizioso profumo poteva avere anche un piatto vegetariano.

Soprattutto, incominciava a intuire il valore della famiglia e dell’amore.

Ciononostante, quando arrivò il giorno prestabilito per l’attacco, il lupo si piazzò a zampe larghe davanti alla casa di paglia.
Si sforzò di gonfiare i polmoni e di non ascoltare quella vocina che, dentro di lui, incominciava a sussurrare “Fermati!”.
Emise un soffio lungo e potente, tanto forte da trascinare lontano ogni singolo filo di paglia gialla di cui era costituita la casetta.

Rimasero solo l’intelaiatura, i mobili e un porcellino che lo guardava fisso con occhioni sbigottiti.

Al cospetto del lupo, Pim balzò in piedi come una molla e incominciò a correre così forte che, al pesante Ezechiele, fu assolutamente impossibile raggiungerlo.
Il maialino ebbe così il tempo di mettersi in salvo nella verde casetta di Pum.

Lentamente, il lupo raggiunse anche quella.
Di nuovo, anche se con maggiore fatica e tanti tanti dubbi in più, si preparò a soffiare.
La voce che diceva “Fermati” si fece più alta.
Emettere l’aria dai polmoni fu difficilissimo: Ezechiele aveva ancora negli occhi lo sguardo sbalordito di Pim.
La casa di legno andò giù al terzo soffio: i quattro pannelli verdi caddero verso l’esterno, lasciando scoperchiata una stanza al centro della quale si abbracciavano forte forte due maialini atterriti.
Il cuore del lupo ebbe una stretta: fece per avvicinarsi a loro per rassicurarli, ma i due fratellini male interpretarono il suo sorriso, scambiandolo per un ghigno.
E fuggirono alla velocità della luce verso la casa bianca di Pam.

A questo punto, avrete capito che il “Fermati!” dentro la testa del lupo era ormai diventato un grido assordante.
Che Ezechiele aveva rinunciato alla caccia.
E che avrebbe tanto voluto farsi perdonare.

 

 

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Il lupo si trascinò verso la casa di mattoni.
Si sedette in giardino.
Ululò un “Vi chiedo scusa! Volete diventare mie amici?” che faceva spezzare il cuore.
Naturalmente, i tre porcellini non gli credettero.

Ezechiele non si scoraggiò: rimase dov’era, continuò a chiedere perdono e amicizia.

Non si spostò di lì per quaranta giorni e quaranta notti.
Sotto il sole, la pioggia, il vento e la tempesta.
Rimase anche se non aveva da mangiare né da bere.

Dall’interno della casa di mattoni, Pim, Pum e Pam, sempre più impietositi, lo osservavano.

Il quarantunesimo giorno, osarono l’inosabile…
Socchiusero piano la porta.
Uscirono silenziosamente in giardino.
Con movimenti guardinghi, gli si avvicinarono, portandogli un po’ degli gnocchetti di zucca che avevano avanzato la sera precedente e una caraffa d’acqua fresca.

Il lupo, vedendoli, sorrise.
E, nonostante i denti storti e appuntiti, questa volta il suo sorriso fu correttamente interpretato.

Ezechiele guardò dapprima con sospetto quelle strane palline gialle che i porcellini gli porgevano, poi le assaggiò con circospezione, infine le divorò in un battibaleno.
“Che squisitezza!”, esclamò.
Pur storcendo inizialmente un po’ il naso, si attaccò alla caraffa: scoprì che l’acqua fresca era meglio del vino rosso di cui era solito abusare.

Fu quello l’istante in cui la sua vita subì una svolta: il lupo decise di diventare astemio e vegetariano.

Abituato al digiuno, si saziò molto in fretta.
Rimase seduto sull’erba, fissando Pim Pum e Pam con sguardo riconoscente.

“Adesso hai bisogno di una doccia!”, gli dissero a questo punto i tre maialetti.
Aprirono la pompa dell’acqua del giardino, gli fecero lavare i denti, lo insaponarono con il loro shampoo preferito, lo sciacquarono ben bene e, alla fine, lo asciugarono con uno dei teli di spugna che abitualmente usavano per il campeggio.

Dopo il trattamento di bellezza, il lupo era irriconoscibile: il lungo digiuno ne aveva reso la figura snella e slanciata, il pelo era lucido e morbido, perfino il suo sorriso sembrava più brillante.
Ringraziò i porcellini, li abbracciò uno a uno e si fece promettere che si sarebbero rivisti appena possibile.

Incominciarono a frequentarsi, dapprima ogni tanto, poi sempre più di frequente: Ezechiele si rendeva disponibile per piccoli lavori, Pim Pum e Pam ricambiavano facendolo giocare, suonando, cucinando e leggendo per lui.
Un po’ alla volta, la loro divenne una vera, solida amicizia.

Nel frattempo, con l’aiuto del lupo, le due case distrutte vennero ricostruite.
Questa volta, tutte con resistentissimi mattoni.
Pim la volle color giallo sole.
Pum tinteggiò la propria di verde.

Terminati i lavori, furono gli stessi porcellini a fare una proposta all’amico Ezechiele: “E se ne costruissimo una anche per te?”.

Quanto ne fu felice, il nostro lupo!
La sua nuova abitazione venne colorata di azzurro e, grazie all’impegno di tutti, venne terminata in quattro e quattr’otto.
Anche se – bisogna ammetterlo – l’arredamento rimase piuttosto spartano.

Incominciarono a organizzare grandi feste in giardino.
Pim si occupava dei giochi di società, Pum sceglieva la musica, Pam cucinava e curava il barbecue. Un barbecue, naturalmente, vegetariano.
Ezechiele, dal canto suo, cercava di rendersi utile il più possibile: andava a fare la spesa, puliva la verdura, montava e apparecchiava i lunghi tavoli.
Erano riunioni a cui partecipava tutto il villaggio.
Momenti di gioia e di amicizia.

Fu proprio durante una di queste feste che Bianca, una bella lupacchiotta dal pelo candido, attirata dai suoni e dal profumo del cibo, fece capolino dal bosco.
Si avvicinò quatta quatta all’allegra combriccola, con l’intenzione di rubacchiare qualcosa e curiosare un po’.

Ma qualcuno la vide e le porse un piatto.
“Posso offrirti degli gnocchetti di zucca?” le chiese “Sono strepitosi!”.
La giovane lupa alzò lo sguardo e incrociò quello di Ezechiele.

Fu un attimo.
Una scintilla.
Un colpo di fulmine.

Ne nacque un grande, dolcissimo amore.
Bianca incominciò a preparare il loro nido: scelse le suppellettili, attaccò i quadri, cucì le tendine per le finestre.

Si sposarono in giardino, in una luminosa giornata di aprile.
Sull’erba verdissima del prato, panche ricoperte di tessuto bianco, palloncini, fiori.

I tre porcellini, elegantissimi, fecero da testimoni.

Ezechiele – zampa nella zampa con la sua sposa – era felice come non gli era mai accaduto prima.
Intorno a lui, c’erano solo affetto e amicizia.

E la tristezza della solitudine si era dissolta in un mare di sorrisi.

 

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LE DUCHESSE DI ZUCCA E RICOTTA

PREPARAZIONE: 10 min
COTTURA: 15 min
DUCHESSE: 25 pezzi

CHE COSA SERVE?

  • 500 g di ZUCCA cotta
  • 100 g di RICOTTA di mucca
  • 75 g di PARMIGIANO
  • 1 UOVO
  • SALE
  • PEPE
  • NOCE MOSCATA

COME FACCIO?

  1. PRERISCALDO il forno (ventilato) a 200°C.
  2. INSERISCO nel boccale il PARMIGIANO, lo FRULLO, aggiungo la ZUCCA cotta in forno per circa un'ora e tagliata a cubetti, la RICOTTA, l'UOVO, il SALE e la NOCE MOSCATA. FRULLO ancora fino a ottenere un impasto morbido ma non fluido.
  3. METTO l'impasto in un SAC à POCHE con beccuccio a stella del diametro di circa 1,5 cm, depongo delle roselline di impasto su una TEGLIA foderata di CARTA FORNO.
  4. CUOCIO per 15 minuti circa. SERVO le DUCHESSE calde.

I MIEI APPUNTI

DUCHESSE: tradizionalmente preparate con le patate, le "Duchesse" sono un contorno facile e coreografico di origine francese. - ROBOT: ho usato il Bimby/Thermomix, ma si possono impastare anche con altri robot o in maniera tradizionale. - FORNO: Quelli indicati nella ricetta sono tempi e temperature di cottura effettivi (la temperatura è stata misurata con termometro a sonda) per il forno Gaggenau; per altri forni, potrebbero essere diversi. - FONTE: mi sono ispirata all'impasto degli gnocchi di zucca dell'amica Masterchef Ilenia Bazzacco, che ringrazio di cuore.

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