RAPHAEL, LA REGINA, IL PRINCIPE DI GALLES & LA SALSINA ROSSA DELLA GARFAGNANA


Una nuova lezione di Alessandra. Una lezione speciale perché, alla National Gallery di Londra, è in corso una mostra dedicata a Raffaello, da sempre il mio pittore preferito.

Io purtroppo non riuscirò a visitarla, ma i miei due corrispondenti sono persone molto affidabili…

RAPHAEL

“Che splendido regalo!”
“Lo meriti, mamma. In fin dei conti, da settant’anni sei Elisabetta II: la nostra regina”.

Le due figure -leggermente incurvate- camminano nell’oscurità.
Conoscono bene quel percorso: tante volte è stata lei a portare il figlio bambino in quel museo, lei a fargli amare l’arte.

La temperatura è fresca, l’aria ha il profumo della pioggia che ha da poco cessato di cadere.

Carlo ed Elisabetta si soffermano per qualche istante a osservare il manifesto che pubblicizza la mostra dedicata a Raffaello.
L’occhio destro de La Muta -il sinistro è stato tagliato per ragioni di grafica- contraccambia il loro sguardo.

“L’ho già vista, a Urbino, nel 1988” sussurra il principe di Galles “e me ne sono innamorato. Sono felice di incontrarla di nuovo”.

Una volta raggiunto il portone rettangolare seminascosto tra due colonne, la regina estrae dalla borsetta la chiave argentata, la tiene per qualche istante tra le dita, fa scorrere il pollice e l’indice sulle scanalature, poi la porge al figlio.

Lui le rivolge il suo consueto sorriso timido, deglutisce quel sapore dolce che sempre lo accompagna quando si avvicina alla bellezza, e si accinge ad aprire la porta del museo.

La chiave raspa un po’ nella serratura, si blocca per un attimo, ma poi -improvvisamente- inizia a girare come se qualcuno l’avesse lubrificata.

Ecco, sono entrati.
Soli.

Per qualche secondo restano fermi, in silenzio, nell’attesa che i loro occhi si adattino al debole chiarore delle luci di emergenza.
Poi Carlo si avvicina alla parete al suo fianco, la tasta con le dita, trova l’interruttore.

Davanti a loro, l’armonia.
Sulle pareti blu, rosso carminio e verde bosco, si accendono le opere dell’Urbinate: quasi cento, illuminate da una luce che rasenta la perfezione, circondate da cornici che sono anch’esse dei capolavori.

Il Principe di Galles percorre lentamente la sala, soffermandosi davanti a ogni quadro.

Elisabetta lo segue con lo sguardo.
Seduta sulla grande panca dislocata al centro della stanza, ha gli occhi che brillano, gli angoli delle labbra incurvati in un sorriso affettuoso.
È l’espressione che ogni madre riserva al proprio figlio.
Ma che a lei, in pubblico, è preclusa.

“Lo sai perché ti ho chiesto di vedere da sola con te questa mostra?” gli dice a mezza voce.

“Perché nel nostro DNA c’è l’amore per l’arte” risponde Carlo.

“Anche. Non dimentichiamo i nostri antenati, in particolare Albert e Victoria” ribatte lei. “Ma la ragione principale è che, invecchiando, i beni materiali non ci interessano più: vogliamo qualcosa che ci rimanga dentro, che ci accompagni per sempre”.

“Mamma, non hai bisogno di spiegarmelo: sono sempre un figlio, ma non sono più un ragazzino”. Mentre parla, l’ultrasettantenne principe si ferma a osservare il languido e raffinato San Sebastiano (1502), impreziosito da una splendida cornice dalla linea essenziale.



Alla vista dell’opera, Carlo non può che parlare d’arte: “L’ha dipinto un Raffaello così giovane da essere ancora sotto l’influenza del Perugino. L’iconografia è particolare: se non avesse l’aureola e non tenesse la freccia in quella mano elegante e sussiegosa che dà profondità al dipinto, non sembrerebbe neppure un santo. Il volto vagamente femminile è simile a quelli dipinti dal maestro dell’artista, che si ispirava alla propria moglie: ha infatti occhi e labbra piccoli. Il rosso del mantello riscalda l’immagine, contrastando i colori freddi del paesaggio collinare sullo sfondo”.

“Si dice che fu Perugino, resosi conto della grandezza dell’allievo, a seguirne le orme”, commenta Elisabetta.

“E forse fu davvero così” risponde il principe annuendo con il capo “Certo è che Raffaello ha sempre saputo ispirarsi ai migliori, migliorando ulteriormente le loro caratteristiche e integrando la loro arte con la propria. È stato sempre diverso da se stesso, eppure un grande, grandissimo artista. Tanto da essere amato dallo stesso Leonardo”.

Carlo alza lo sguardo verso la Crocifissione Gavari (1503).
La grande tavola è circondata da una cornice dorata, con decori a tralci.
La parete blu a cui è appesa fa risaltare l’azzurro sfumato del cielo e i due angeli, con i loro nastri ripresi dal drappo di Gesù.

“In Italia, a Siena, ho visto un’opera analoga” è ancora il principe a parlare “mi pare si chiamasse Pala Chigi e che fosse proprio del Perugino. Anche in quella, la croce era in avanti e le figure simmetriche. Anche là, si riconoscevano San Giovanni e San Girolamo, e comparivano richiami rossi negli abiti, a indicare il sangue e la passione. Mamma, guarda che anatomia perfetta, e che raffinata acconciatura”.

Carlo indica il corpo del Cristo e la Maddalena ai suoi piedi.



Elisabetta annuisce.
Poi muove le pupille verso destra e strizza gli occhi come per mettere a fuoco: in una singolare cornice di legno, con due colonnine ai lati, c’è una piccola immagine di San Giorgio e il drago (1505 circa).

La regina appoggia i palmi sulla panca e si aiuta con entrambe le braccia per alzarsi.
Il figlio le si accosta e la solleva: ha visto l’interesse della madre per il minuscolo quadro e vuole farglielo osservare da vicino.

“Sì, mamma, l’abbiamo già visto al Louvre, questo San Giorgio. E un’altra opera analoga di Raffaello è esposta alla National Gallery of Art di Washington”.

La regina aggrotta le sopracciglia, cercando di ricordare.

Carlo non si interrompe: “In entrambi i casi San Giorgio è bello, contenuto ed elegante: al di sopra di ogni emozione. Qui c’è un enorme dinamismo: il cavallo si impenna, l’asta è spezzata, la principessa corre sullo sfondo. Dal drago alla principessa, passando per il corpo del cavallo, corre una diagonale che attraversa e lega l’intera scena. Il rosso della sella, della decorazione della lancia e dell’abito della principessa evoca la passione di Cristo e il martirio del santo”.

Una lieve pressione della mano di Elisabetta sul braccio del figlio gli fa capire che l’interesse della madre si è spostato sul quadro successivo.

Ha la stessa cornice e le medesime dimensioni del precedente, anche qui ci sono mostri, anch’esso è stato dipinto nel 1505.
Ma stavolta vi è ritratto un arcangelo: si tratta di San Michele e il drago.

“Guarda che garbo, pur nella torsione del corpo” è la regina a intervenire “Il protagonista non è per nulla affaticato: sembra quasi che danzi. Eppure la scena è inquietante, alienante: la città in fiamme, i sepolcri infuocati degli eretici, gli ipocriti incappucciati, i ladri assaliti dai serpenti”.

“E che mi dici di quelle orribili creature in secondo piano? Non ti ricordano quelle di Hieronymus Bosch?” Carlo ama questi collegamenti, e non perde l’occasione per farli notare “Comunque, si dice che il pittore, per questa immagine, si sia ispirato anche all’Inferno della Divina Commedia, un poema italiano scritto da un certo Dante Alighieri”.


Raffaello – Autoritratto con un amico – 1514 circa

C’è una sala dalle pareti rosse, poco distante da quella in cui si trovano.
A braccetto, Elisabetta e il principe vi si avviano.
I piccoli tacchi delle scarpe della regina provocano un sommesso ticchettio sul parquet.

In una importante cornice bombata e decorata a palmette, un quadro dal taglio modernissimo, quasi fotografico.
Dalla tela un ragazzo li osserva. Accanto a lui, un altro giovane.
Bellissimi entrambi.
Sono vestiti di scuro, tutti e due portano la barba.
Si tratta dell’Autoritratto con un amico (1514 circa), in cui la mano dell’uno sulla spalla dell’altro parla di sintonia, di grande complicità.

“Che posa ieratica ha Raffaello! Mi ricorda un autoritratto di Dürer che ho visto anni fa a Monaco di Baviera. Ma l’altro chi è?” chiede la regina.

“Nei secoli sono state fatte tante ipotesi” risponde Carlo “L’uomo sulla destra tiene una spada: potrebbe essere un maestro di scherma. Oppure un committente, come Agostino Chigi. O Giulio Romano, importante allievo/collaboratore. Oppure ancora il trasgressivo Pietro Aretino”.


Raffaello – La Muta – 1507

Improvvisamente, il cuore del Principe di Galles accelera il ritmo: davanti a lui, La Muta (1507).

Ha avuto una storia rocambolesca, quest’opera che sembra dipinta da Leonardo. E oggi questa donna affascinante e misteriosa è qui, con le sue labbra serrate, forse a custodire un segreto.

“Si è ipotizzato che si trattasse di Giovanna Feltria, vedova di Giovanni della Rovere. Oppure della loro figlia, come fa pensare l’immagine ai raggi X”.
Sa tutto di lei, il principe Carlo.

“Indossa un grembiule, i suoi abiti non sono eleganti. Eppure i gioielli che porta sono preziosi. E simbolici: il rubino è segno di prosperità, lo zaffiro ci dice che è casta”.



Il Ritratto di Giulio II (1511) esprime potere: parlano di potere la tenda su cui spiccano le chiavi di Pietro, la sedia gestatoria rivestita di velluto, il colore rosso, i numerosi anelli, le ghiande dei Della Rovere.

“Eppure porta la barba lunga, simbolo di dolore. Ha un fazzoletto in mano.” dice il principe a mezza voce “È girato di tre quarti. Appare più in basso rispetto allo spettatore”.

In quest’opera, il Papa Guerriero è solo un uomo triste, amareggiato.
Un uomo sconfitto.

Poco oltre, Carlo si ferma davanti al Ritratto di Bindo Altoviti (1515).

“Era un amico del Sanzio, un mecenate nobile e colto.” Il principe descrive il giovane alla madre. “Osservane lo sguardo, le labbra sensuali, la posa fotografica. Il mantello blu, le basette curate e il cappello simile a quello dei pittori ci dicono quanto fosse elegante”.

Le labbra della regina si schiudono in un sorriso sornione.
“Ed è anche il più figo della galleria”, sussurra.
Fortunatamente, nessuno può sentirla.



Sul carminio della parete, i quadri di due donne che si assomigliano un po’, e potrebbero rappresentare Venere nella sua raffigurazione celeste e terrestre.

Sono La Velata (1516 circa) e La Fornarina (1520 circa).

Elisabetta è stanca.
Lascia il braccio di Carlo e si siede.
Appoggia sulla panca l’inseparabile borsetta nera di Launer, stira con i palmi delle mani l’abito verde acqua chiuso sul davanti e poi, con la testa, fa un cenno al principe: è pronta ad ascoltarlo.

Carlo si slaccia la giacca e siede alla sua destra.
Guarda per qualche istante La Velata prima di incominciare a parlare: le sue maniche così importanti gli ricordano quelle dell’abito da sposa di Diana, e la cosa gli provoca, nel profondo, una lontana sensazione di disagio.

Velata è una donna sposata” esordisce con la voce un po’ stridula “e Raffaello non era certo un fautore del matrimonio: quante volte lo ha posticipato! Eppure le donne gli piacevano, eccome se gli piacevano: pare sia morto – a soli trentasette anni- proprio a causa degli eccessi amorosi”.

“Comunque, questo ritratto è meraviglioso” continua il principe più rilassato “Guarda, mamma, gli inserti d’oro del vestito, la collana di ambra. E quel capello che sfugge sulla tempia sinistra della donna, quasi un segno della sua confidenza con la persona che riceverà l’opera”.

“Decisamente diversa, la Fornarina, non credi?” pronunciando queste parole, la regina arriccia un po’ il naso.

“Margherita Luti. Margherita come la perla appesa a quel turbante che le copre parte dei capelli: sì, perché in latino margherita significa perla” ora è Carlo, a parlare “Era la figlia di un fornaio, anche se i maligni insinuano che si trattasse di una prostituta. Il forno, in fin dei conti, potrebbe avere un significato sessuale”.

“Ci sta” lo interrompe la madre “Non vedi che espressione maliziosa?”

“Eppure, questa giovane era importante per Raffaello. Osserva l’armilla con il nome dell’artista, quasi un marchio di proprietà. Guarda il piccolo anello all’anulare sinistro, dito in diretta comunicazione con il cuore, la posizione delle mani, il mirto sacro a Venere sullo sfondo. E non dimentichiamolo: questo è l’unico quadro che il pittore aveva in casa, forse addirittura protetto con ante da occhi indiscreti”.

Carlo difende la Fornarina con la stessa veemenza con cui difenderebbe Camilla.

“Margherita viveva con lui, rimase al suo fianco al cantiere Chigi, egli le lasciò un vitalizio. Addirittura, si dice che in segreto avessero contratto matrimonio. Alla morte del pittore, la Fornarina si registrò come vedova e, dopo qualche mese, si rinchiuse in un convento. Fu un grande amore, davvero”.

La sala successiva ha le pareti blu: su di esse risplendono le cornici delle tante Madonne esposte.

Elisabetta è ormai affaticata, ma rimane in piedi in segno di rispetto.

“Raffaello, di Madonne, ne ha dipinte quarantasette: tutte figure delicatissime, che trasmettono intimità e dolcezza. Eppure tutte diverse tra loro”.

La voce del principe di Galles si fa morbida, mentre il suo sguardo si sposta da un quadro all’altro, e dai quadri al viso stanco della madre.


Raffaello – Madonna Terranuova – 1505 circa

“Intorno al 1504, all’inizio del suo soggiorno fiorentino, l’artista conobbe Leonardo Da Vinci. Ispirandosi al Tondo Doni di questi, nel 1505 produsse la Madonna Terranuova: un quadro rotondo, con un paesaggio roccioso e fortificazioni, in cui il sentimento e l’umanità della Vergine sono espressi in maniera mirabile nella bellezza del volto della Vergine”.



“Questa, che sembra un’opera fiamminga, è la Madonna dei Garofani (1506 circa): nell’intimità di un ambiente domestico sobrio, ma agiato, in cui verdi e gialli si armonizzano e un letto intonso richiama alla castità, Maria sorride al proprio piccolo, che gioca con dei garofani rosso sangue. Un’immagine tenerissima, influenzata dalla Madonna Benois di Leonardo”.

“Il motivo a spirale della Madonna Bridgewater (1507 circa) ricalca invece al tondo Taddei di Michelangelo”.

Elisabetta è esausta, ma -ancora in piedi davanti ai quadri- ascolta con orgoglio le spiegazioni del figlio: forse non avrà la possibilità di diventare re, il suo Carlo, ma è un uomo buono e colto, e lei non lo vorrebbe diverso da com’è.

Il principe glieli legge negli occhi, questi pensieri.

Si interrompe, e la abbraccia.
Lei gli appoggia il capo sulla spalla.


Raffaello – Autoritratto – 1506

Egli la sostiene delicatamente e la accompagna, piano piano, davanti all’Autoritratto dell’artista a cui è dedicata la ricchissima mostra: un quadro del 1506, in abbigliamento da pittore e con il berretto “alla raffaella”.

Ha lo sguardo mesto, il Sanzio, in questa immagine.
Forse sta pensando alla madre, che ha perso da bambino e la cui immagine ha cercato di fissare in un tenero affresco dipinto sulle pareti di casa.

Ma è ora di tornare a Buckingham Palace.
Carlo spegne le luci e si avvia verso l’uscita, sempre al fianco di Elisabetta.
Prima di aprire il portone, depone un bacio lievissimo sui suoi candidi capelli.

“Grazie di essere rimasta fino a oggi insieme a me, mamma” le sussurra.

La regina solleva la testa.
Gli sorride.
Lo guarda con amore.

Al chiarore delle lampade di emergenza, nei suoi occhi luccicano due piccole lacrime di commozione.


Questo articolo è ispirato alle lezioni dedicate alla mostra Raphael della National Gallery di Londra, tenute online da Alessandra Gennaro.

Mi scuso per eventuali errate interpretazioni, scorrettezze, omissioni.
E, soprattutto, per le divagazioni frutto della mia fantasia.

Ringrazio Alessandra per le splendide conferenze. Ringrazio anche il bellissimo sito della National Gallery di Londra per la possibilità di scaricare le immagini di alcune delle opere d’arte di questa presentazione.

Infine, chiedo umilmente perdono a Sua Maestà e al principe Carlo se mi sono permessa di farli entrare nel mio racconto.


LA SALSINA ROSSA DELLA GARFAGNANA

LA SALSINA ROSSA DELLA GARFAGNANA

L'abbiamo assaggiata al ristorante Mattarello di Isola Santa (per la ricetta mi sono ispirata alla loro), ed è stato amore a prima vista. Semplicissima da preparare, fantastica sui crostini, divertente come spezza-fame, adattissima con i bolliti, la SALSINA ROSSA è tipica della Garfagnana, e va provata assolutamente.
Preparazione5 min
ATTESA2 h
Tempo totale2 h 5 min
Portata: Antipasto, Aperitivo, Snack
Cucina: Italiana

Ingredienti

  • 7 foglie ALLORO
  • 1 spicchio AGLIO
  • 1 ACCIUGA sotto sale (facoltativa)
  • 130 g DOPPIO CONCENTRATO di POMODORO
  • OLIO SASSO (o OLIO CUORE: comunque un olio non troppo saporito) q.b.
  • 5 g ACETO BALSAMICO
  • SALE q.b.
  • PEPE q.b.

Istruzioni

  • LAVO e ASCIUGO le foglie di ALLORO, con le forbici rimuovo la nervatura centrale.
  • SBUCCIO l'AGLIO, lo SCHIACCIO.
  • DILISCO l'ACCIUGA.
  • METTO tutto sul tagliere e TRITO con la MEZZALUNA (NON USO IL MIXER: il risultato non sarebbe lo stesso).
  • TRASFERISCO in una ciotola insieme al CONCENTRATO di POMODORO.
  • AGGIUNGO l'OLIO a filo, continuando a MESCOLARE. La salsa sarà inizialmente liscia, poi diventerà granulosa.
  • A QUESTO PUNTO, sempre miscelando, unisco l'ACETO, il SALE e il PEPE.
  • LASCIO RIPOSARE per un paio d'ore prima di servire.
  • IMPORTANTE! La salsa deve essere sempre coperta con olio.

Note

LA GARFAGNANA: La Garfagnana (Carfaniana in basso latino, detta anche Alta valle del Serchio) è un’area storico-geografica della provincia di Lucca, in Toscana. Amministrativamente divisa in 15 piccoli comuni ha come centro principale Castelnuovo di Garfagnana, situato nel fondovalle. Da Wikipedia. – FONTE: Mi sono ispirata alla ricetta del Ristorante Mattarello di Isola Santa, che ringrazio infinitamente.-  SE VI È PIACIUTA QUESTA RICETTA, provate anche il PESTO LEGGERO (PREPARATO CON IL BIMBY).

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