CASTA DIVA & LA FETA GRECA AL FORNO

Te la raccontava la tua nonna greca, cara Anna, la favola in cui la cicala e le formiche si aiutavano a vicenda.
Per te, questa storia aveva un significato speciale.
Io l’ho rivisitata.
E te la dedico con tutta la mia amicizia.

 

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CASTA DIVA

Caldo.
Tanto caldo.

Luce.
Accecante.

Vividissimi colori nel paesaggio.
Azzurri e verdi intensi nel mare.

Nemmeno dopo tutti questi anni, Kalà aveva dimenticato la propria isola.
Ritornare le faceva bene.
Anche se, in un angolo remoto del cuore, avvertiva una punta di dolore per il tempo trascorso lontano.

Appoggiò gli spartiti sul marmo.
Salì sulla base della colonna ionica.
Respirò fino in fondo il profumo dell’origano selvatico, del timo, del rosmarino.
Incominciò a cantare.

Le note saturarono l’aria.
Tutto intorno, le formiche interruppero il lavoro per alzare lo sguardo verso di lei.
I respiri rallentarono.
I battiti dei cuori accelerarono.

“Casta diva..”.

Le immagini della sua vita le passarono davanti cariche di emozioni.
Kalà si ritrovò piccina.
Giovanissima cicala innamorata della musica.
In mezzo ai fiori gialli dell’elicriso, negli assolati campi greci, a scandire con le sue melodie l’incessante fatica delle formiche.

“A noi volgi il bel sembiante…”.

Rivide gli occhi scuri di Maria, risentì la sua voce armoniosa.

Era una bambina robusta e volitiva, Maria.
Ma, nel profondo, dolce e assetata di affetto.
Una bambina sola.

Aveva notato Kalà tra i fili d’erba, attratta dal suo canto.
L’aveva raccolta, l’aveva tenuta con sé.

La cicala era divenuta la sua amica più cara.
Non si lasciavano mai: Kalà accompagnava ovunque Maria, rimanendo nascosta tra le pieghe delle sue vesti.

Giocavano insieme.
Ridevano insieme.
Cantavano insieme.

Kalà non si era allontanata da Maria nemmeno dopo l’incidente, quando la bambina era rimasta incosciente per un tempo che sembrò interminabile.
Le restò accanto giorno e notte, nascondendosi tra i capelli neri sparsi sul cuscino dell’ospedale.
Nei momenti in cui nessuno la vedeva, si avvicinava al suo orecchio e intonava sottovoce le sue arie preferite.

Aveva seguito Maria in quel viaggio sulla grande nave che l’aveva strappata alle proprie origini, per condurla in una terra sconosciuta.
La bimba si rifugiava sul ponte, si rannicchiava sulla sdraio di legno e piangeva in silenzio.
Kalà asciugava le sue lacrime.
E le sussurrava rasserenanti melodie.

Era rimasta al suo fianco anche dopo, quando Maria era divenuta donna, e aveva tanto sofferto per amore.
Il canto di Kalà era per l’amica un balsamo.
L’unico in grado di mitigarne la tristezza.

 

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“ La mia voce…”.

Stavano sempre insieme, Maria e Kalà.

Anche a scuola e, in seguito, alla scuola di canto.
Frequentavano insieme le lezioni.
La cicala sedeva sul banco, a solfeggiare con il resto della classe.
Ascoltava rapita l’amica cantare.
La sera, ripeteva per lei le canzoni imparate durante il giorno.

Maria aveva una voce ferma e nel contempo delicata.
Il suo timbro era originale e impareggiabile, unico al mondo.
Divenne presto una diva di fama internazionale, acclamata in tutti i teatri più importanti.

La sua eleganza veniva copiata dalle donne.
I suoi amori diventavano argomento di conversazione nei salotti e articoli altisonanti sulle riviste più vendute.

Non rinunciò mai, però, all’amicizia di Kalà, che, quando lei era sul palco, rimaneva dietro le quinte e cantava all’unisono.

“E la vita nel tuo seno…”.

Maria era malata.
Da sempre.
E non solo di tristezza.

Un giorno se n’era andata, così, senza salutare nessuno.

Solo Kalà era vicino a lei in quel momento.
E le sussurrava la sua canzone preferita.

“Riedi a me…”.

La voce di Kalà si alzò, chiarissima, sulla bellezza dell’isola greca.
Tutto, intorno, si era fatto immobile.
Silenzioso.

Kalà si risvegliò dai ricordi.
Si riscoprì all’ombra della colonna ionica.
Avvertì il calore del marmo sulla pelle.

Guardò avanti, oltre la piccola folla di formiche ammaliate.
Vide l’amica dagli occhi scuri che la guardava fisso.

Non c’era malinconia in quello sguardo.
Solo dolcezza.
E un affetto infinito.

Kalà abbassò piano le palpebre.
Sciolse la voce nelle ultime note.
E sorrise.

 

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LA FETA GRECA AL FORNO

PREPARAZIONE: 5 min
COTTURA: 10 min
PERSONE: 2 - 3

CHE COSA SERVE?

  • 200 g di FETA GRECA
  • 1 confezione (180 g) di POMODORINI SEMISECCHI Sicilia Bella mia
  • 60 - 80 g di OLIVE NERE
  • ORIGANO essiccato
  • ORIGANO fresco per guarnire
  • OLIO EXTRA VERGINE di OLIVA

COME FACCIO?

  1. SGOCCIOLO i POMODORINI e le OLIVE.
  2. DIVIDO in porzioni la FETA.
  3. DISTRIBUISCO sul fondo di un'unità di cottura AMC da 20 cm i POMODORINI e le OLIVE, vi appoggio sopra le porzioni di FETA (il formaggio non deve toccare il fondo della pentola), aggiungo poco ORIGANO essiccato.
  4. APPOGGIO l'unità di cottura su una superficie resistente al calore, il NAVIGENIO rovesciato sopra l'unità di cottura e cuocio per 5-10 minuti, fino a quando la feta non sarà dorata in superficie.
  5. PRIMA di servire la feta (calda), la condisco con un filo d'OLIO e la guarnisco con ORIGANO fresco.

I MIEI APPUNTI

FETA (φέτα): formaggio tipico greco, a pasta semidura ma friabile. Bianco e leggermente salato (rimane a maturare in salamoia per due-mesi), è l'ingrediente principale della tradizionale insalata e viene servito con gli aperitivi e l'ouzo. Nel 2002 la feta ha ottenuto la denominazione di prodotto DOP. - ACCESSORI: Ho utilizzato le unità di cottura AMC e il Navigenio (la piastra di cottura mobile AMC che, se rovesciata, può essere utilizzata anche come piccolo forno), ma può essere cucinata anche nel forno tradizionale. - FONTE: Mi sono liberissimamente ispirata alla ricetta di Giallozafferano, che ringrazio.

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