• Pizza semi integrale

“OSSIGENO” & LA MIA PIZZA SEMI-INTEGRALE

Mai copiato in vita mia. Mai.
Mai copiato alle elementari, né alle medie.
Tanto meno al liceo, o all’università.

Ditemi: dovevo proprio incominciare adesso?

A essere sinceri, in questo caso non si tratta proprio di plagio.
Perché l’unica frase non mia di questo racconto me l’aveva regalata il Paffu, montanaro e amante dell’altitudine.

Io sono una padana DOC: arranco alla minima ascesa e odio la fatica del salire. Si trattasse anche di un piano di scale.
Lui invece no: lui sui monti si commuove, si emoziona, si entusiasma.

Per questo gli avevo chiesto di concentrare i suoi sentimenti in una frase dedicata alla montagna.
E quella frase (“L’immensità che li circondava li portava oltre i confini della loro anima”) l’avevo inserita alla fine del mio racconto, come gesto d’amore per lui.

La cosa non è però sfuggita a Luca Ricci.
Luca è uno scrittore, drammaturgo, docente di scrittura alla Scuola del libro.
Recentemente ho seguito le sue lezioni, al termine delle quali mi è stato richiesto di presentare un elaborato.

Incredibilmente, Luca ha mostrato di apprezzare questa mia storia ispirata alle avventure di Walter Bonatti.
Premiandone con giudizio positivo i personaggi, la vicenda e lo stile.
Ma anche, e giustamente, bacchettandomi per la “distrazione”.

Inutile dirlo: la sua valutazione mi ha gratificata ed entusiasmata.
Ho tenuto anche nella dovuta considerazione la critica, giusta e legittima.
Ma ciò che ho più apprezzato sono stati i suoi insegnamenti: concetti essenziali e schematici, fondamentali per chi vuole imparare a comporre.

Per questo, appena possibile, ripeterò un corso con Luca.
Perché conosce i segreti della scrittura.
Perché ce li ha trasmessi con dedizione.
Perché ci ha fatto amare ciò che stavamo facendo.

Si tratta di qualità rare.
Le hanno solo i migliori maestri.
I maestri proprio come lui.

Ossigeno

120 m s.l.m., sede del CAI

“Ricordi: le regole vanno rispettate”. Il capospedizione aveva pronunciato le cinque parole con voce gelida ed erre graffiante. Aveva parlato più a lungo di quanto avrebbe voluto, eppure gli sembrava di aver analizzato soltanto gli argomenti essenziali: percorso, tempistiche, meteo, partecipanti alla cordata, attrezzatura.

Eugenio l’aveva ascoltato in silenzio, lo sguardo ipnotizzato dai pochi oggetti presenti sulla scrivania che li separava: la proposta di contratto su un foglio bianco dattiloscritto, una Montblanc rifinita in argento, un tagliacarte con incisioni geometriche. Tutti rigorosamente paralleli tra loro.

Il ragazzo tratteneva il respiro, e comprimeva i palmi delle mani sul tessuto ruvido dei calzoni. Sentiva in bocca il sapore acidulo dell’emozione.

“Ora faccia sedimentare i Suoi pensieri” concluse il comandante “E mi comunichi quanto prima la Sua decisione”.

No, non c’era bisogno di attendere.

Per un lungo istante, gli occhi luminosi del ragazzo sfidarono quelli d’acciaio del maturo interlocutore.
Poi Eugenio avvicinò a sé il foglio bianco.
Raccolse la penna dal piano del tavolo.
E le tolse lentamente il cappuccio.

7345 m s.l.m., campo sette

L’aveva sempre saputo, che sarebbe diventato un alpinista: fin da quando, bambino, si arrampicava pericolosamente sul seggiolone e sugli sgabelli della cucina, oppure -per raggiungere un libro colorato che occhieggiava un po’ più in alto- saliva sulle mensole della libreria.

Ma non avrebbe mai nemmeno osato sperare di trovarsi lì, proprio lì: sulla seconda montagna più alta al mondo.
A tentarne la scalata insieme ai migliori rocciatori italiani.

Erano trascorsi ventuno giorni dal suo arrivo al campo.
Eugenio si era adattato al clima e perfettamente assuefatto all’altitudine.
Si era anche abituato al comportamento un po’ scostante dei compagni, tutti più anziani di lui, e al fatto che vedessero nei suoi ventitré anni una minaccia.

Nelle tende arancio fervevano i preparativi.

In quella centrale era in corso una riunione.
Il ragazzo si fece coraggio e vi entrò.
Dieci visi strinati dal freddo e dal sole si voltarono verso l’ingresso.
Pochissimi dei presenti lo guardarono in faccia, nessuno sorrise.
La maggior parte abbassò immediatamente la testa.

Nella grande struttura, si stava pianificando l’ascesa all’ultimo troncone, quello che li avrebbe portati in vetta.
Argomento principale, l’ossigeno: a quell’altitudine, così rarefatto che non era nemmeno ipotizzabile muoversi senza le bombole.

Era il capospedizione a parlare: “Non ci sono serbatoi a sufficienza per tutti, quindi saranno solo i due più esperti ad attaccare la cima”.
La delusione del gruppo era tangibile.
“Eugenio, insieme con lo sherpa Moudi, porterà loro, fino al campo nove, la riserva di ossigeno per l’ultimo tragitto, e dovrà farlo senza poi salire oltre”.

Il silenzio che seguì diceva più di mille parole.
Ma quelli erano gli ordini.
E andavano eseguiti.

7924 m s.l.m., verso il campo nove

Venti chili da trasportare sono tanti. A quasi ottomila metri di altitudine sono un carico spropositato ed estenuante.
Venti chili: tanto pesavano le bombole di ossigeno che Eugenio e Moudi si caricarono in spalla quella mattina.

Il dislivello da superare era considerevole: bisognava partire presto per raggiungere prima del buio il campo nove. Lì si sarebbero ricongiunti ai due colleghi più anziani, che da giorni avevano aggredito l’ultima parete del massiccio ed erano in attesa del carico.

I ramponi ai piedi rallentavano il loro avanzare e lo rendevano più impegnativo. Ma il giovane e il portatore, con il loro fisico robusto e allenato, incominciarono con entusiasmo l’arrampicata.

Non persero il loro vigore nemmeno nelle ore successive, quando la fatica incominciò a farsi sentire: il compito che era stato loro affidato era troppo importante. Eugenio, poi, aveva atteso questa occasione per tutta la vita.

A fine giornata raggiunsero la quota a cui avrebbero dovuto trovare il nono campo.
Il paesaggio era possente.
Le cime brillavano, arrossate dalla luce del tramonto.
L’ombra allungata delle rocce contrastava con lo sfavillio della neve.

Si guardarono intorno trasalendo: nel punto convenuto, la tenda dei due scalatori esperti non si vedeva.

“Dove siete?” incominciò a urlare il ragazzo, tenendo le mani ai lati della bocca a mo’ di megafono.
“Sahib! Sahib!” gli fece eco Moudi.

Intanto, con estrema fatica, si spostavano attorno ai seracchi, scavalcavano profondi crepacci.

Chiamarono a lungo, affannosamente.
Ma non arrivò loro alcuna risposta.

La confusione e l’irritabilità tipiche della carenza di ossigeno assalirono improvvisamente Moudi, che si mise a correre avanti e indietro gridando come posseduto. Anche se la lingua in cui parlava era incomprensibile, i suoi occhi esprimevano disperazione e rabbia.

Per qualche istante Eugenio lo osservò sgomento.
Poi tentò di calmarlo.
E, poco a poco, ci riuscì.

Nel frattempo, senza che se ne accorgessero, si era fatta notte.
Una notte senza luna, in cui l’unico chiarore era il fioco riverbero delle stelle sulla neve.

La paura agguantò entrambi per la gola, quando si resero conto che il buio che li avvolgeva avrebbe impedito loro di ritornare alla base.
“Dovremo attendere l’alba qui, Moudi, all’addiaccio”.
Nel tentativo di farsi comprendere, Eugenio indicò una zona poco ripida situata più in alto.
Lo sherpa annuì con un rassegnato cenno del capo.

Si fecero coraggio a vicenda.
Alla luce di una piccola torcia, spaccando il ghiaccio con le piccozze, crearono uno slargo orizzontale.
Fu un lavoro durissimo, ma riuscirono a ottenere uno spazio protetto dal vento, e sufficiente perché vi si potessero sedere.

Ogni tanto smettevano di scavare, perché avevano la sensazione di udire, provenienti dal campo nove, le voci dei compagni.
Allora li chiamavano nuovamente.
Ma non ottennero mai risposta.

Erano infreddoliti, demoralizzati ed esausti: avevano bisogno di dormire, ma sapevano che, in una situazione simile, addormentarsi sarebbe stato per loro la fine.
Deposero per terra gli zaini.
Sedettero uno in fianco all’altro, cercando di ridurre la superficie del corpo a contatto con il ghiaccio.

Improvvisamente ebbero la sensazione di vedere un bagliore. Diressero lo sguardo in quella direzione: il raggio di luce era tutt’altro che un sogno. Ed era sicuramente guidato da una mano umana.
Gridarono per l’ennesima volta il nome dei compagni.
Per l’ennesima volta non ottennero risposta.

Sedettero nuovamente.
Da quando era calato il sole, la temperatura si era abbassata di parecchi gradi, e continuava a scendere.
Gli indumenti bagnati e, soprattutto, guanti e scarpe fradici non li riscaldavano più: il formicolio a mani e piedi si stava intensificando.

“So cold, Sahib”, mormorava Moudi con un filo di voce. “So scared”.
Era scosso dai brividi.
Dagli occhi gli scendevano lacrime ghiacciate.

Anche Eugenio aveva tanto freddo e tanta paura.
Ma era necessario reagire, e lui aveva il carattere per farlo.

Mise una mano sulla spalla dell’uomo, che però continuava a tremare.
Gli si avvicinò e lo cinse con le braccia nel tentativo di riscaldarlo.
Ognuno di loro avvertiva il respiro stentato dell’altro.
Quasi, potevano reciprocamente udire il rapido battito dei loro cuori.
Sentivano ancora freddo. Ma avevano meno paura.

Forse fu lo stordimento causato dall’altitudine e dalla mancanza di ossigeno a dar loro quella sensazione di tranquillità.
Scambiarono poche parole, poi rimasero immobili per tutta la notte.

8611 m s.l.m., la vetta

Aprirono gli occhi solo alle prime luci del mattino.
Si passarono le dita sulle guance insensibili: sulle loro barbe, si era formata una maschera di ghiaccio.
Indossare i ramponi fu difficilissimo.
Ancora più difficile fu alzarsi in piedi.

Ripensarono ai compagni che attendevano l’ossigeno.
Urlarono nuovamente i loro nomi, cercarono la loro tenda con lo sguardo.
Nulla.

“Lasciamo le bombole nel posto convenuto”, disse Eugenio.
Moudi eseguì.

La sommità della montagna, poco più sopra, si stagliava contro il cielo: era superba, maestosa.
Non era possibile resistere al suo richiamo.
Nemmeno senza ossigeno.

“Lo so che non dovremmo, ma… andiamo avanti?”.
Il giovane e il portatore sorrisero contemporaneamente.

Raccolsero gli zaini e le piccozze.
Si misero in cammino.

Trovarono altre rocce, altri seracchi, altri canaloni.
Passarono su ponti di ghiaccio sottili come vetro.
Affondarono nella neve fino alla vita.
Piantarono chiodi, agganciarono moschettoni, fecero scorrere corde.

Avevano lo stomaco vuoto, la pelle del viso devastata dal gelo, i muscoli doloranti, le mani contratte, i piedi gonfi.
Ma dimenticarono il freddo, la fame e la stanchezza.
E continuarono l’ascesa.

Raggiunsero la cima a mezzogiorno.
Il cielo era limpidissimo e il sole allo zenit aveva cancellato ogni ombra.

Il giovane alpinista e il suo sherpa si fermarono solo per un attimo, il tempo di stringersi la mano.
Non scattarono nemmeno una foto: nessuno avrebbe dovuto sapere della loro impresa.

Nessuno l’avrebbe mai saputo.
Ma, anche senza ossigeno, erano arrivati in vetta.

NOTA: Liberamente ispirato al reportage Montagne di una vita di Walter Bonatti, ed. Corriere della Sera/Club Alpino Italiano.

LA MIA PIZZA SEMI-INTEGRALE

Da sempre, per noi, la pizza è la tradizione del sabato sera: un tempo impastavo con farina 00, oggi -per le note problematiche iperglicemiche- sono passata a una versione semi-integrale. Non ci crederete, ma quasi quasi preferisco quest'ultima… Sarà merito della meravigliosa FARINA INTEGRALE BIO del MOLINO RACHELLO?
Preparazione15 min
Cottura15 min
LIEVITAZIONE6 h
Tempo totale6 h 30 min
Portata: Portata principale
Cucina: Italiana
Keyword: cucinaitaliana, pizza
Porzioni: 4 persone

Equipment

  • Bimby Thermomix
  • Forno Gaggenau
  • una teglia rotonda diametro 35 cm o due teglie più piccole diametro 28 cm

Ingredienti

PER LA BASE

  • 200 g FARINA INTEGRALE BIO (INTEGRA BIO Molino Rachello)
  • 150 g FARINA DI GRANO TENERO TIPO 0 Molino Rachello (oppure FARINA MANITOBA)
  • 5 g SALE
  • 4 g MALTO (oppure 5 g di ZUCCHERO SEMOLATO)
  • 5 g OLIO EVO
  • 7 g LIEVITO di BIRRA DISIDRATATO
  • 210 ml ACQUA MINERALE NATURALE

PER FARCIRE

  • 350 g SALSA di POMODORO
  • 3 MOZZARELLE Invernizzi Mozarì
  • SALE
  • ORIGANO

Istruzioni

IN TARDA MATTINATA O NEL PRIMO POMERIGGIO (se la pizza verrà servita a cena).

  • INSERISCO tutti gli INGREDIENTI nel Bimby/Thermomix e IMPASTO a velocità Spiga fino a quando non sono ben amalgamati. Deve risultare una palla piuttosto morbida. Se servo la pizza a cena, incomincio a impastare in tarda mattinata o nel primissimo pomeriggio.
  • STENDO l'impasto nella/e teglia/e unta/e con OLIO extra vergine di oliva.
  • TAGLIO la MOZZARELLA a fettine sottili, la inserisco in un COLINO, vi appoggio sopra un peso (es. due ciotole di ceramica sovrpposte). In questo modo la mozzarella rilascerà il latticello e si eviterà di bagnare la pizza durante la cottura.
  • FACCIO ADDENSARE leggermente la SALSA di POMODORO, riscaldandola a fuoco medio, con un po' di SALE.
  • UNGO con OLIO anche la superficie dell'impasto e COPRO con PELLICOLA TRASPARENTE.

NOTA: Le dosi riportate in questa ricetta sono per una teglia rotonda diametro 35 cm o due teglie più piccole diametro 28 cm. Impastando con il Bimby/Thermomix, è possibile raddoppiare le dosi.

    IN SEGUITO

    • FACCIO LIEVITARE per almeno 3/4 ore.
    • DUE o TRE ORE prima di cuocere, posso fare delle PIEGHE DI RINFORZO, stendere nuovamente nella/e teglia/e unta/e, coprire con pellicola e rimettere a LIEVITARE nel forno spento con la lucetta accesa.

    PRIMA DELLA COTTURA

    • TOLGO la/e base/i di IMPASTO dal forno.
    • PRERISCALDO il FORNO a 240°C (ventilato) per almeno 20 minuti.
    • RIMUOVO la PELLICOLA dalla/e base/i, stendo con un piccolo mestolo la SALSA di POMODORO sulla superficie.
    • INFORNO e cuocio per 7 minuti, poggiando la/e teglia/e sulle griglie più basse del forno.
    • TOLGO dal FORNO, guarnisco con la MOZZARELLA e gli ingredienti per personalizzare la pizza (capperi, wurstel, prosciutto, ecc.).
    • INFORNO nuovamente spostando la/e teglia/e sulle griglie più in alto e CUOCIO per altri 9/10 minuti. La pizza è pronta quando la superficie della mozzarella raggrinzisce leggermente.

    Note

    ROBOT: Ho usato il Bimby/Thermomix, ma questa ricetta può essere eseguita anche con altri robot o a mano. – FORNO: Quelli indicati nella ricetta sono tempi e temperature di cottura effettivi (la temperatura è stata misurata con termometro a sonda) per il forno Gaggenau; per altri forni, potrebbero essere diversi. – SE VI È PIACIUTA QUESTA RICETTA, provate anche la FOCACCIA PUGLIESE CON CONTRIBUTI LIGURI.

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